ASSOCIAZIONE CULTURALE MERIDIONALISTA - PROGRESSISTA

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venerdì 27 luglio 2012

Nicola Zitara : il profilo



Di lui rimarrà,  soprattutto l’opera di meridionalista, di economista e di storico revisionista, qualità interconnesse, coniugate insieme in difesa della “nazione meridionale” con la tempra e la scienza dello studioso di razza. Ogni punto di vista da lui sostenuto nei numerosi saggi pubblicati è infatti suffragato da una conoscenza profonda delle leggi economiche, da una severa messa in discussione delle fonti, da una visione pluridisciplinare davvero illuminante. È così che ebbe a tradurre la cosiddetta questione meridionale nei termini del problema dei Sud del mondo.

L’economista 

Nicola Zitara è stato considerato un economista e un testimone “scomodo”, come d’altronde lo sono stati storicamente tutti coloro che hanno visto il re nudo. Non era gradita alle forze politiche, economiche e sindacali dominanti la sua analisi sulle condizioni di separatezza, di emarginazione e di sottosviluppo in cui il Meridione è stato costretto a fronte dei privilegi acquisiti dal Settentrione d’Italia a partire dall’Unità. 
Troppo distanti gl’interessi del capitalismo tosco-padano e dello stesso proletariato industriale del Nord per sovvenire alle necessità del Sud.

 Il filosofo

La sua visione economica non si è limitata all’analisi delle condizioni della lotta di classe, ma negli ultimi anni si è ampliata fino ad includere una critica al socialismo scientifico di Karl Marx, da cui ha preso le mosse tutta la sua ricerca. Dimostra chiaramente di possedere strumenti di pensiero sofisticati e, al di là della padronanza delle leggi che governano l’economia, di aver maturato una interpretazione dell’uomo e della società che affonda le sue radici nella Ideologia Tedesca  di Marx ed Engels e che legge la realtà contemporanea dominata dalla “filosofia liberal-capitalistica” nel contesto più generale di una riflessione su merce e valore di scambio. Prospetta, quindi, l’urgenza della realizzazione di un progetto politico rivoluzionario in grado di restituire l’autonomia a tutte le regioni che prima dell’Unità componevano il Regno borbonico. “Marx ha tracciato con mano impareggiabile i movimenti fisiologici delle società capitalistiche. Ma al momento di additare al proletariato la via per superare l’alienazione economica, è rimasto chiuso nella fabbrica e non ha preso in considerazione l’ipotesi di un ritorno allo scambio di equivalenti, che aveva regolato la piccola produzione mercantile. Ha invece prefigurato una società senza valori di scambio … Un mercato senza valori di scambio, una produzione pianificata per volumi, una distribuzione burocratica hanno rovinato l’URSS…”.
Zitara, quindi, propone un socialismo privatista (così da lui definito) basato sul libero produttore mercante di se stesso, sulla coincidenza del numero delle aziende con il numero dei lavoratori, su un uomo libero da padroni che collabora socialmente alla produzione. La collaborazione “costituisce il fondamento dell’economia. Ubi homo ibi societas”. Lavoro esclusivamente privato, dunque, ma con un limite: “alcuni elementi del meccanismo economico non si prestano per definizione a essere privati. Sicuramente la terra e l’ambiente, che non sono prodotti ma fattori della produzione…
La base giuridica del contratto di società non sarà più il capitale ma il lavoro. Niente di stratosferico, è una cosa che in qualche modo esiste già e si chiama cooperazione o autogestione”. Infine amplia a livello planetario le conseguenze di questa sua visione filosofica e prefigura una costituzione socialista del mercato mondiale e un nuovo diritto internazionale che garantisca la libertà economica delle nazioni e l’autonomia delle scelte nazionali.
Un pensiero grande il suo, che intende elevare al massimo grado di nobiltà la funzione sociale del lavoro, liberare l’umanità dai ceppi della dipendenza e che, infine, non smentisce il più autentico pensiero socialista.

Lo storico

Lo studio della storia oltre che dell’economia fu costante e severo. D’altronde i due aspetti in lui si compenetrano fino a confondersi.
Soleva quindi ricordare i primati italiani conseguiti dal regno borbonico in molti campi e la totale mancanza di disoccupazione.

Ripensò la tremenda vicenda del brigantaggio postunitario come un atto di eroismo contro un invasore spergiuro e più rapace e dispotico di quanto lo fossero stati i Borbone. Donde la sua conclusione: se i cosiddetti briganti non fossero stati piegati da un esercito di oltre centomila piemontesi, oggi sarebbero celebrati come eroi della nazione meridionale. Poiché hanno perso, nei libri di storia sono citati come briganti e assassini.
Ma ciò che maggiormente lo incuriosì e lo agitò nei suoi sonni fino alla fine furono i meccanismi finanziari attraverso cui il Sud ricchissimo di risorse fu spogliato finanziariamente dal Nord.

Fonte : Carlo Beneduci



Potremmo aggiungere noi che gli fummo amici rispettosi e intrattenemmo con lui un rapporto epistolare :

prefigurò la creazione d'un Movimento Separatista, a cui demmo per stima quella che lui ci riconobbe come “la prima adesione”, a conforto delle sue tesi. Negli ultimi 2 anni di vita però valutò seriamente la possibilità che il Sud fosse rappresentato politicamente nell'attuale scenario parlamentare e invitò a trovare gli accordi più dignitosi e le possibilità meno compromissorie perché ciò si realizzasse.


Quando sapemmo della sua scomparsa scrivemmo :

“Giù il cappello signori, onore a un mito!”


Andrea Balìa




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