ASSOCIAZIONE CULTURALE MERIDIONALISTA - PROGRESSISTA

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mercoledì 12 febbraio 2014

Bari 15 febbraio il Partito del Sud, insieme ai Sindaci Emiliano e De Magistris, presenta il libro bianco: “Con il Sud si Riparte! - Idee, progetti, programmi, per il rilancio del Paese”.


Segnaliamo questo importante convegno, che sarà preceduto da una Conferenza Stampa, degli amici del Partito del Sud.
Il fatto che tra i relatori vi saranno sia Emiliano che de Magistris (i due sindaci più in vista del Sud, ed entrambi - otre che progressisti - con spiccate propensioni ad un meridionalismo vero che si rifà ai grandi padri di questo pensiero come Gramsci e Dorso) rende l'evento di un spessore notevole e di ottimi auspici. Formuliamo i migliori auguri per una ottima partecipazione e una eccellente riuscita come nei desideri degli organizzatori e di noi tutti.

I Soci Fondatori di Rubriche Meridionali



ll prossimo 15 febbraio a Bari, a Palazzo di Città nella sala consiliare, alle ore 17,00 il Partito del Sud presenta il libro bianco:

“Con il Sud si Riparte! - Idee, progetti, programmi, per il rilancio del Paese”.

Al dibattito parteciperanno:

Michele Emiliano Sindaco del Comune di Bari;
Luigi de Magistris Sindaco del Comune di Napoli;
Natale Cuccurese Presidente nazionale Partito del Sud;
Michele Dell'Edera Presidente dell’associazione di valorizzazione del territorio e delle peculiarità del mezzogiorno Sud Project Camp.
Rossella Macchiarola Responsabile regionale donne dell’Italia dei Valori
Valeria Romanelli Assessore all’Ambiente e alle Politiche Giovanili delComune di Novi Velia (SA);
Antonio Russo, Consigliere di Presidenza nazionale delle ACLI con delega alla Coesione territoriale ;

Moderatore sarà Giovanni Cutolo, presidente della Fondazione A.D.I. collezione Compasso D’Oro.

Con la presentazione di questo libro bianco si punta a stimolare l’impegno di uomini, donne, cittadini, giovani, associazioni, mondo del lavoro e di tutti coloro hanno a cuore questa terra a dare le gambe a un progetto che veda il Sud motore di questo nostro Paese.
Per decenni e fino ai giorni nostri, si sono sempre pensate politiche per il Sud emai politiche da Sud, c’è sempre stato qualcun altro a indicare la ricetta e mai un progetto ideato, promosso e realizzato da Sud. Il Sud è sempre stato visto come incapace di pensare e di progettarsi, si è sempre pensato che avesse bisogno di qualcuno che creasse meccanismi utili a “sfamarlo”, ma mai si è pensato di lavorare per metterlo nelle condizioni di equipararsi e competere con il resto del Paese.

E il Sud in tutto questo si è adagiato, si è quasi convinto di non essere, per DNA,in grado di competere con il Paese e in Europa.

La storia, la cultura, le economie, le enormi ricchezze di diverso genere di cui il sud dispone fanno pensare che non sia così.

E’ anzi da qui, dal cuore del Mediterraneo che si riparte.

Fonte : www.partitodelsud,blogspot.com


lunedì 3 febbraio 2014

Grillo il mercantilista, a caccia dei voti della Lega




  Alessio Postiglione
Giornalista e politologo


Il M5S ci Lega. L'ultimo Vaffa-day dimostra che Grillo e Casaleggio stanno puntando anche a quel bacino elettorale che fino a poco tempo fa votava per il Carroccio.
Con la proposta dei dazi, lanciata a Genova, l'obiettivo è vellicare quel popolo delle partite Iva, quel capitalismo molecolare, spaventato dai grandi processi di globalizzazione, e da proteggere con sovranismo monetario, con il ritorno a una moneta debole e con il neoprotezionismo. Per conquistare quella fetta di elettorato che in passato si è affidato alle suggestioni di Miglio e Bossi.
Ma l'offerta grillina è ancora più allettante. Perché capace di stuzzicare anche quella sinistra anticapitalista che, orfana delle varie rifondazioni comuniste, si inebria con i teorici della decrescita felice e gongola per gli attacchi pentastellati alle oligarchie finanziarie targateBce.
Il partito di Bossi, infatti, era riuscito anche a farsi scegliere da quel proletariato che fino ad allora aveva votato a sinistra. Conquistò, cioè, il voto di chi più degli altri pagava i costi sociali della globalizzazione degli anni Novanta.
Eppure il Carroccio era e restava un partito di destra. Dunque, la sua capacità di erodere il consenso della sinistra doveva forzatamente fermarsi a un certo punto.
Il M5S, invece, riesce con più intelligenza a velare la sua natura reazionaria nascondendosi dietro la foglia di fico del modernismo web e delle nuove tecnologie. Per questo, convince sempre più elettori di non essere "né di destra né di sinistra", come ripete compulsivamente Beppe Grillo. Una scelta buona per tutti: per l'ex balilla come per il geek informatico con il poster di Che Guevara in cameretta.
Partiamo da questo assunto. Chi dice di non essere né di destra né di sinistra è sempre di destra, e pure estrema. Si tratta di un motto coniato dal collaborazionista filonazista Jacques Doriot e, in effetti, per capire la capacità di una certa destra di mobilitare sia i ceti medi impauriti dalla globalizzazione che gli strati popolari, bisogna tornare proprio a quei movimenti fascistoidi della Terza Repubblica francese.
Allorquando si forma ciò che Zeev Sternhell chiama "destra radicale": quel mix di difesa patologica della nazione da non ben precisate minacce esterne, rifiuto del parlamentarismo e pianificazione socialisteggiante dell'economia, che prenderà la forma di planismo e corporativismo. Si tratta di quell'humus culturale che ci rivela perché Mussolini fosse un ex socialista e che oggi si declina, nel grillismo, nelle ossessioni per la concorrenza sleale dei cinesi, vero cavallo di battaglia leghista, e per l'influenza della finanza senza volto sulla Bce.
Insomma, gli estremi si toccano, e questo bagaglio populistico permette a Grillo di acchiappare i voti a destra e manca. La retorica anti-finanziaria e delle cospirazioniTrilateral e Bildenberg funziona, e molti elettori perdonano al M5S anche le posizioni apertamente razziste e anti-migranti.
Mentre la Lega rappresentava la destra radicale tradizionalista, quella che sognava una Padania ancestrale e celtica di biondi Odino che si mondavano nelle acque rituali del Po, il M5S si richiama a una destra futurista: ora, il moderno è declinato attraverso il primato della Rete. E, proprio come la destra futurista italiana, Grillo riesce ad avere successo fra molte persone provenienti dalla sinistra radicale.
Ora, legittimamente, un elettorale di sinistra, operaio o piccolo imprenditore, potrebbe chiedermi: al di là delle etichette, l'unico che mi difende dal mercato è Grillo; perché dovrei votare per una sinistra europeista che favorisce processi di globalizzazione di cui io pago i costi sociali?
La risposta è proprio nella boutade dei dazi che Grillo ci offerto in occasione del VDay.
Uno stato corporativista e protezionista senza sindacati - perché, ricordiamocelo, Grillo vuole abolire anche i sindacati -, risolve la crisi del liberalismo e del mercato unico europeo "da destra".

Proprio attraverso la compressione dei diritti di quei lavoratori che vorrebbe rappresentare e unificando Stato e mercato in un apparato che, invece di mediare fra gli interessi, fa gli interessi di un ceto imprenditoriale decotto, che sarebbe spazzato via dall'innovazione se non non fosse protetto dal mercantilismo. E' questa la rivoluzione che sognano i pentastellati?

Fonte : http://www.huffingtonpost.it

domenica 26 gennaio 2014

Che malacreanza!


di Angelo D’Ambra

Il PIL procapite degli ultimi dieci anni al Nord è quasi il doppio di quello del Sud con Campania, Sicilia e Calabria sotto la media del Mezzogiorno stesso 1.
Il Nord continua ad accumulare ricchezza e ciò non ci stupisce. Se è ovvio che l’industrializzazione non possa interessare al contempo tutte le aree di un territorio, è altresì vero che lo sviluppo è sempre di carattere cumulativo cioè che le regioni industrializzate attraggono forza lavoro e capitale da quelle non industrializzate. Non è vero, asseriamo, che l’industrializzazione ad un certo punto si diffonda ad effetto riverbero dove i salari sono più bassi fino a riequilibrare i rapporti regionali.
In centocinquanta anni il reddito procapite in Italia è aumentato di 13 volte. Al Sud l’aumento è stato di 9 volte rispetto al 1861, al Nord di 15 volte. Il dato per essere compreso a fondo necessita però di una precisazione: le due parti del Paese partivano da condizioni economiche analoghe. Ancora nel 1891 il prodotto procapite della Campania era superiore a quello del Piemonte, del Veneto, dell’Emilia e appena inferiore a quello della Lombardia e della Liguria. Discorso identico per la Puglia, mentre Calabria e Abruzzi risultano in effetti al disotto della media nazionale raggiunta invece da Sicilia e Basilicata2. Ciò si rifletteva del resto nella “superiorità numerica dell’emigrazione settentrionale”3.
Il primato del Nord divenne netto nel 1911, anno in cui solo la Campania ha un prodotto procapite prossimo a quello medio italiano. Questo divario nasce proprio come conseguenza della riallocazione dei fattori di produzione, di manifatture e attività commerciali determinata dalla spesa pubblica concentrata al Nord 4, dal corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale e dalla politica protezionistica inaugurata coi governi Depretis 5.
In tutti i Paesi dell’OCSE coi divari regionali più ampi (ovvero Messico, Turchia, Italia, Belgio, Grecia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria) la struttura capitalistica nazionale si concentra sulla polarizzazione della distribuzione del reddito procapite nella regione più ricca. La cosa che sorprende è che in Italia il divario tra le due aree Nord e Sud è il doppio rispetto ai divari interni di Germania, Spagna, Giappone e Regno unito che sono a noi simili per livello medio di Pil procapite6. L’essenza del capitalismo italiano si fonda cioè interamente su la robustezza del divario regionale, in altri termini sulla spoliazione del Sud come logica di mercato. Che malacreanza!

Fonte : www.eleaml.org

martedì 17 dicembre 2013

“Io non sono povero, sono sobrio. Quindi felice”


La sobrietà è merce rara, soprattutto nei politici e negli uomini di governo. L’ex tupamaro Josè Alberto Mujica Cordano, per tutti oggi Pepe Mujica, ci tiene a sottolinearlo: “Io non sono povero, sono sobrio”. E lui, oggi, è il presidente dell’Uruguay.

Mujica è un lucidissimo ottantenne che è stato eletto Presidente dell’Uruguay e che ha rinunciato agli appannaggi del suo status vivendo con cinquecento dollari o giù di lì in una casetta di due stanze; si sposta con un vecchio Maggiolino Volkswagen. Quando parla all’ONU o nei congressi internazionali, senza nessuna enfasi ma con un vigore che ammutolisce l’uditorio, ripete instancabile cose già note ma dando alla sua voce una vibrazione profetica: anno dopo anno stiamo intaccando, divorando il futuro delle giovani generazioni, le pubblicità di tutto il mondo reclamizzano stili di vita che ci porteranno al disastro inevitabile. Stili di vita che già ora, ove potessero imporsi globalmente, presupporrebbero non un solo pianeta ma tre! E dunque il modello propagandato, agognato è di una colossale falsità, un imbroglio planetario. Gli altri capi di Stato non fiatano quando don Pepe si rivolge a loro. Soffrono e non vedono l’ora di ritornare alle loro alchimie, alle convergenze parallele….
Ma puntualmente, cioè al convegno successivo, Mujica scompagina quei loro discorsi, ridicolizza cifre utopiche spacciate come verità sacrosante, ma il tutto con toni dimessi, senza astio.
Ha detto nei suoi discorsi più famosi, primo fra tutti quello davanti alla platea dell'Onu: “Si parla di sviluppo sostenibile, ma che cosa ci frulla in testa? Il modello di sviluppo e di consumo è quello attuale delle società ricche? Di nuovo mi sono chiesto cosa succederebbe a questo pianeta se gli indiani avessero lo stesso numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi. Quanto ossigeno ci resterebbe da respirare? Il mondo ha forse oggi risorse sufficienti per far sì che 7-8 miliardi di persone possano avere lo stesso livello di consumo e spreco che hanno le più opulente società occidentali? O dovremo forse fare un altro tipo di ragionamento? Abbiamo creato una civiltà figlia del mercato, della concorrenza che ha portato a un progresso materiale esplosivo. Siamo in una società di mercato e questo ci ha portato alla globalizzazione cui assistiamo. Ma noi stiamo governando la globalizzazione o è la globalizzazione a governarci? E’ possibile parlare di solidarietà in una società basata sulla concorrenza spietata? Fin dove arriva la nostra fratellanza? La sfida che abbiamo davanti è grandissima, colossale, e la grande crisi non è ecologica, è politica. L’essere umano non governa oggi; sono le forze che l’uomo ha scatenato a governarlo. Non veniamo al mondo per svilupparci in termini generali; veniamo al mondo per cercare di essere felici, perché la vita è breve e ci sfugge. E nessun bene vale quanto la vita, è elementare. Ma se consumo la mia vita lavorando senza sosta per consumare sempre di più, aggredisco il pianeta e per mantenere quel consumo dovrò produrre sempre di più cose che durano sempre meno”. “Siamo in un circolo vizioso, ci sentiamo costretti a mantenere una civiltà usa e getta. Questi sono problemi di carattere politico e ci stanno dicendo che bisogna iniziare a lottare per un’altra cultura”.
Mujica profeta, dunque, ma anche leader, più di moltissimi altri.
Ultima sua mossa, ai primi di dicembre, quella di spiazzare i cartelli della droga legalizzando e nazionalizzando in Uruguay la coltivazione e la vendita della marjuana. Qualcosa di eclatante che forse può rinvigorire altre e decisive azioni volte a erodere il mito perverso del consumo senza freni e l’utilizzo senza limiti delle sempre più scarse riserve del pianeta.
L’Uruguay non è certo l’America, ha tre milioni di abitanti, è uno dei paesi sud americani con storie di dittature, di persecuzioni. E prima ancora una storia ancor più tragica, quella della colonizzazione ispanica, di vessazioni, di massacri. Una piccola nazione, dunque, ma ciò che sta facendo Mujica è grande, così grande e potente che i media convenzionali ne parlano pochissimo, perché questo agire fa tremare certuni nelle altissime sfere.
Pepe Mujica era, da giovane, un convinto oppositore della dittatura; si era convertito ai tupamaros, il movimento armato che si rifaceva al leggendario Tupac Amaru, un cacique che aveva capeggiato una lunga e sanguinosa contro i conquistadores spagnoli. Mujica ha pagato, assieme a molti compagni, la sua ribellione con quattordici anni di carcere e torture.
Oggi Il suo vivere spartanamente da presidente della sua nazione gli appare cosa scontata: “Yo no soy pobre, Yo soy sobrio” usa dire d’abitudine. Una formidabile coerenza con lo stato del mondo costituito più di poveri che di ricchi. I fasti della sua carica altrove dispiegati (basti pensare all’enormità delle spese per la presidenza della Repubblica che Napolitano si ostina a voler mantenere) Mujica li ritiene un semplice e incongruo retaggio del Medio Evo. Filosofo di formazione, cita volentieri Seneca, Diogene…Diogene già, colui che ricevette Alessandro Magno e i suoi dignitari sulla soglia del suo poverissimo ricovero, pare fosse una botte. Alessandro che gli veniva promettendo tutto e di più, una personalità così grande. Al gentile rifiuto di Diogene sul presupposto che nessuno fa niente per niente, per cui lui non si sarebbe più sentito libero, Alessandro deluso rispose:
- Ma allora non possiamo proprio fare niente per te…..
- Certamente Alessandro, ero qui seduto al sole per scaldarmi un poco dal freddo della notte, basta che vi facciate un poco più in là…


Fonte : www.ilcambiamento.it


giovedì 12 dicembre 2013

Renzi, Grillo e la politica della responsabilità


Alessio Postiglione






Giornalista e politologo

Renzi, almeno al parole, segna un cambio di paradigma significativo. Dalla deresponsabilizzazione all'assunzione di responsabilità; dal dare la colpa agli altri al cercare di cambiare le cose in prima persona.
Ovviamente, siamo nella fase delle buone intenzioni e dovremo aspettare per giudicarlo.
Ad oggi, abbiamo una buona segreteria, tendenzialmente di rottura e di qualità. Non mandarini e burocrati, ma gente impegnata nel partito, senza essere partitocrati.
L'aspetto più importante della narrazione di Renzi, soprattutto se e quando diventerà azione, è coinvolgere tutto il paese in una trasformazione necessaria per rimanere o, meglio, tornare a essere, uno dei più grandi paesi del mondo: e farsi invitare nuovamente dal G8. Troppo facile, infatti, accusare, come fanno i Forconi e Grillo, gli altri e la politica, in particolare.
La politica rappresenta certamente un caso eclatante di risorse economiche non adeguatamente ottimizzate e sarebbe ingenuo ritenere che esista una maggioranza, nel ceto politico, realmente disposta a rinunziare a partecipate lottizzate dove piazzare gli amici degli amici.
Basta scoprire il nuovo inganno architettato da alcuni consigli regionali per non diminuire, anzi aumentare, i guadagni dei consiglieri, come denunciato ottimamente da Perotti.
Eppure, se il paese va a rotoli, la colpa non è solo della politica. La colpa è di tutti noi cittadini: di quanti vivono di protezioni e clientele, di furbizie e sotterfugi. 
Con Renzi la politica, forse, può cambiare. Ma, mi chiedo: siamo disponibili a cambiare anche noi?
A cambiare noi avvocati che viviamo di contenziosi gonfiati ad arte e che gravano sulla collettività?
A cambiare noi notai, tassisti e farmacisti, che scarichiamo sulla collettività i costi di una corporazione con licenze-ingresso bloccate? 
Noi commercialisti che viviamo di rendicontazione di progetti europei che esistono solo sulla carta?
Noi medici che non prescriviamo i generici ma il farmaco di chi ci manda ai convegni a Dubai?
Noi giornalisti che viviamo di finanziamenti pubblici? Noi burocrati che facciamo carriera grazie al sindacato e che difendiamo mille uffici e procedure, i cui costi gravano sulla collettività?
Noi professori che abbiamo fatto aprire università sul pizzo della montagna, solo per piazzare i nostri figliocci?
Noi imprenditori, certamente vessati da uno Stato inefficiente, ma corresponsabili quando paghiamo a nero o facciamo firmare in bianco alle lavoratrici le dimissioni in caso di gravidanza?
Insomma, troppo facile dare le colpe agli altri, quando in Italia una certa mentalità opera dal Nord al Sud e in tutti gli strati sociali. Non a caso Renzi ha puntato il dito su di un certo sindacato e sul sistema delle sovraintendenze che, fra veti e dinieghi, bloccano il paese. Perché il sindacato o la burocrazia siamo noi: è l'Italia. E' la mentalità dei nostri uffici e il sostrato della nostra idea di lavoro.
E il problema non sono i sindacati o gli uffici pubblici in sé, ma quella mentalità opportunistica che spesso ci anima e che ha nutrito quei politici fannulloni a cui ora diamo la colpa, ma a cui precedentemente abbiamo raccomandato i nostri nipoti.
Il meccanismo che innesca Grillo, invece, è l'opposto: mondare dalle proprie colpe e identificare, in modo manicheo, il male negli altri. Come se i grillini appartenessero a un'altra genia e non fossero, come diceva Nietzsche, tutti umani, troppo umani: con vizi e virtù.
Mentre il liberale, kantianamente, sa che l'Uomo è un legno storto e si predispone di buzzo buono per creare un sistema di leggi e regole che disincentivino i comportamenti egoistici, per premiare i meriti.
Per questo, sono d'accordo con Ocone, che al nostro paese serva una rivoluzione liberale, ma che sia gobettiana, a sinistra e non liberista.
Non ci serve uno spostamento a destra o invocare l'egoismo antropologico universale. Ci occorre, invece, un umanesimo della responsabilità; affinché tutti, dai politici agli operai, ragionino in quanto cittadini liberi e non asserviti a convenienze, tessere, parrocchie e caste varie.
Questo significa rottamare chi ha governato e fallito e non mandarlo a svernare a Bruxelles.
Questo significa rottamare se stessi se non si riuscirà nell'iniziativa. 
Renzi ne è consapevole?

Alessio Postiglione

Fonte : www.huffingtonpost.com

lunedì 11 novembre 2013

La favola meravigliosamente triste del nostro sindaco De Blasio


11 novembre 2013

italy




La storia del nuovo sindaco di New York, Bill De Blasio, mi riempie d'orgoglio. Come Italiano, come democratico e come meridionale. Bill è un italo-americano che è partito dal basso, da Brooklyn, e ha sempre lottato per i diritti civili; figlio di una emigrante, originaria di un piccolo paesino del Sannio, Sant'Agata de' Goti. La storia della sua famiglia dimostra che, in un un Paese che riconosce i tuoi meriti, non importa da quale profondo Sud o classe sociale o etnia tu provenga, se vali, puoi farcela.
Sono felice e orgoglioso ma anche amareggiato. Amareggiato perché resta il fatto che la madre di De Blasio è dovuta emigrare per cercare fortuna all'estero. Se fosse rimasta in Italia, con tutta probabilità, non avrebbe potuto costruire per Bill un futuro così brillante. Perché, come donna povera del Sud, non avrebbe mai avuto la possibilità di mettere a frutto i talenti del figlio.
Bill, nato in Italia, sarebbe stato un disoccupato o tutt'al più un semplice avvocato di qualche cooperativa sociale che opera nel settore dei diritti civili; senza un soldo o in attesa perenne di ricevere quei fondi che, in Italia, nel privato sociale, non arrivano mai.
Bill non appartiene ai circoli che contano: agli amici degli amici, alle lobby, alla "New York bene". Non è parte di quella aristocrazia che in America chiamano Wasp, i bianchi protestanti di origine britannica. Bill ha sposato un'altra attivista dei diritti civili, proveniente da una minoranza ancora più svantaggiata: gli africani-americani. Eppure, insieme, perché valgono, ce l'hanno fatta. Mi amareggia pensare che, in Italia, la moglie di Bill non avrebbe avuto neppure la cittadinanza.
La famiglia De Blasio non sarebbe mai nata e non sarebbero mai nati i figli Dante e Chiara, i veri artefici della campagna elettorale del padre. Dante e Chiara sono i maghi del web che, tramite Facebook e Twitter, hanno conquistato al padre tanti "follower" che sono diventate sonanti preferenze elettorali. Mi domando: quando, anche in Italia, potrà diventare sindaco il figlio di un migrante?
Ecco, mi amareggia che quello che si può fare in America, non lo possano fare, in Italia, neanche gli italiani. Per questo, è tempo di costruire veramente un Paese democratico, plurale e solidale. Un Paese che permetta a tutti di prendere l'ascensore sociale, non importa chi conosci o "a chi appartieni". Un Paese che ti premi per le tue competenze e non per le tue conoscenze. Che tu sia bianco, nero, giallo o terùn. Un Paese che dia la chance a tutti, donne e uomini, ragazzi e ragazze, ma che non si dimentichi degli anziani.Il nostro Bill ancora deve arrivare. Ma il Partito democratico che ho in mente può essere lo strumento per costruire oggi, insieme, questo futuro di opportunità.

Gianni Pittella


Fonte : www.huffingtonpost.it